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06.11.08

Cittadini della rete (parte 1)

me at the mirror Mi ha incuriosito un post in cui si legge: "uno studio britannico dice che i capiufficio non dovrebbero impedire ai loro sottoposti di usare siti di social network che possono favorire le loro aziende".

Dopo una veloce ricerca ho trovato un articolo sul sito della BBC inglese, intitolato "Bosses should embrace Facebook", che fa riferimento allo stesso studio.

Il documento in questione è "Network Citizens", scritto da Peter Bradwell e diffuso da Demos. In realtà questa analisi, in oltre 80 pagine, dice tanto, tantissimo di più - ma così tanto, che ne parlerò anche nel post della prossima settimana.

L'analisi parte dalla considerazione che le reti sociali sono fatti costanti ed eterni dell'esistenza umana. E' sempre stato così, anche prima del computer e del telefono: l'uomo è una creatura sociale. Allora, perché negli ultimi tempi si parla così tanto di reti sociali e social network?
Bradwell individua due cause principali.

1. TECNOLOGIA
Il rinnovato interesse verso le reti sociali è da attribuire, in buona parte ma non esclusivamente, alla tecnologia, che ha reso più facile la creazione di "connessioni" e ha incoraggiato le relazioni sociali, rendendole maggiormente visibili al mondo esterno. Ovviamente, l'accesso a Internet - oggi più conveniente, più veloce e molto più esteso - ha giocato un ruolo cruciale.

Le organizzazioni tendono a definire le relazioni tra persone in modo esclusivamente burocratico, formale e gerarchico, tralasciando le reti sociali che si creano al loro interno. Per le organizzazioni, la dimensione social della rete rappresenta un pericolo, se non altro come una perdita di produttività. Ma nel contesto lavorativo, la distinzione tra relazioni sociali e vita professionale sta diventando difficile da mantenere.

Inoltre, il modo in cui le persone usano i social network si sta evolvendo da un entusiasmo per la tecnologia a un'attenzione al valore del networking.

2. CAMBIAMENTI DEL MERCATO DEL LAVORO E DELL'ECONOMIA
Oltre alla tecnologia, due cambiamenti strategici dell'economia e del mercato del lavoro hanno attirato l'attenzione dell'"organisational thinking" sulle reti sociali. Ed è successo perché questi cambiamenti pongono al centro del business la collaborazione e l'interdipendenza.

Interdipendenza
Prendendo come esempio l'Inghilterra, Bradwell afferma che gli ultimi vent'anni hanno visto un cambiamento nella direzione del servizio e del lavoro basati sulla conoscenza (aumentati del 177% tra il 1995 e il 2005). Stiamo assistendo a una divisione internazionale del lavoro: nell'Unione Europea il 37% dei lavoratori sono colletti bianchi altamente specializzati. Questo crea complesse interdipendenze con gli stati extraeuropei, dove si sono concentrati i lavori di tipo manuale, e aumenta la dipendenza delle nazioni dal mercato globale.

Collaborazione
Questa nuova "folla" di impiegati pone grande enfasi sulle community del posto di lavoro - gli uffici sono diventati in alcuni casi le più importanti comunità sociali.

Allo stesso tempo, c'è stato un riconoscimento crescente dell'importanza della collaborazione nelle moderne learning economies post-Fordiste. Come Charles Leadbeater afferma in "We-Think": 'Modelli organizzativi aperti e collaborativi avranno sempre più una carta vincente sui modelli chiusi e gerarchici, come modo di promuovere l'innovazione, di organizzare il lavoro e di attrarre consumatori".

Dunque, quale ruolo per le reti sociali nel mondo del lavoro?

Le reti sociali possono essere importanti tanto quanto (e spesso di più) la gerarchia formale e la struttura di un'organizzazione, nel determinare il flusso di informazioni e l'emergere di innovazioni.

Questa "logica di rete" ha un'importanza crescente per il mercato del lavoro e per le organizzazioni. Ci sarà un graduale aumento dell'importanza del capitale sociale e delle relazioni come motori del successo degli affari.

Ciò significa un mondo dove la gestione della relazione tra organizzazioni e persone è cruciale.

Pubblicato da francesca fabbri
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Commenti

Toby Ward ha ragione! Anche "Network Citizens" parla di questo - se hai tempo e voglia puoi leggere gli altri 2 post che ho scritto su questo studio. Purtroppo, anche per motivi di spazio, in questo "percorso in tre post" non ho trattato del capitolo dedicato ai Case Study, che è davvero molto interessate. Ciao!

Scritto da: Francesca il 26.11.08

Toby Ward faceva recentemente notare che, anche volendo, una organizzazione non riuscirebbe a impedire ai propri dipendenti di usare siti di social network, perché riguardano anche e sopratutto la sfera privata. Può solo cercare di capirne le dinamiche, abbracciarle e magari trarne beneficio.

Scritto da: Francesco il 26.11.08

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