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10.07.08
Web Community: il rischio del successo
Quando un'organizzazione comincia a valutare il rischio di creare una web community o adottare un'intranet, la prima domanda che si pone è: avrà successo o sto buttando via i miei soldi?
La domanda è giusta e pertinente. Una possibile risposta viene da David Terrar e dal suo intervento all'International Forum on Enterprise 2.0 di Varese (25 giugno 2008).
Il titolo della sua presentazione è "Building Web Communities That Add Value", il sottotitolo è "Can organizations build better web communities with predictable success?". La parola-chiave è senz'altro l'aggettivo "predictable", "prevedibile", ovvero ciò che tutte le aziende vorrebbero avere: la certezza del successo di un'iniziativa nel momento in cui si decide di rischiare e metterla in atto.
I fattori di successo per la creazione di una web community individuati da Terrar sono:
* velocità di adozione
* numero di utenti "attivi"
* numero dei post
* numero dei commenti.
Ma come si raggiunge un buon risultato? Come si incrementano i numeri relativi a questi fattori? Secondo Terrar, l'elemento strategico per decretare - e soprattutto mantenere - il successo di una community è il signor Contenuto: "The more CONTENT you have the more MEMBERS you will get. The more MEMBERS you have the more CONTENT you will get. The better you match CONTENT and MEMBERS to MEMBER PROFILES the more MEMBERS and CONTENT you will get".
Tutto sta nei contenuti, in ciò che diamo veramente agli utenti. I contenuti devono essere utili, professionali, rispondenti alle esigenze della community: solo per fare un piccolo esempio, ICAEW (Istituto dei dottori commercialisti, Inghilterra) offre una serie di guide sull'uso dell'excel, di grande interesse e utilità per gli utenti.
Ma ciò significa anche che la prima preoccupazione dell'organizzazione non deve essere la tecnologia. Il vero investimento deve essere fatto sui contenuti: occorre essere disposti a spendere innanzitutto in questa direzione. Ma, mi chiedo: quante aziende, enti, società si comportano così? Non è forse vero che, nella maggior parte dei casi, redazione e contenuti sono l'ultima voce di spesa, che spesso viene tagliata e affidata come attività a qualche risorsa interna, per nulla esperta o quasi di comunicazione, web writing e usability?
Terrar finisce la sua presentazione con una serie di raccomandazioni, tra cui questa: "Content, content, content". Non posso fare altro che unirmi alla sua voce.
Pubblicato da francesca fabbri
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La domanda che poni è molto importante: spesso si è portati a pensare che la conoscenza in azienda sia costituita da “informazioni riservate” e da “informazioni poco significative”. Delle prime non si può scrivere pubblicamente, delle seconde è inutile farlo. Quando poi si apre ai dipendenti la possibilità di pubblicare informazioni relative al loro lavoro, ci si preoccupa che questi non svelino “segreti industriali” o semplicemente informazioni riservate - per esempio sul clima aziendale.
Certo, la possibilità di dar vita a community di clienti è più presente per imprese che si rivolgono al mercato consumer con prodotti o con servizi che non per imprese che vendono i loro prodotti ad altre imprese.
Ma questo non toglie la possibilità che tante informazioni possano essere utilizzate in maniera diversa e più efficace per diffondere il marchio (e non solo! pensa anche alle comunicazioni interne, alla possibilità di entrare in contatto diretto con colleghi che lavorano presso altre sedi, ecc.).
È evidente che se si lascia la possibilità ai dipendenti di scrivere contenuti e quindi di “conversare” con persone anche esterne all’azienda, è necessario stabilire policy di riservatezza molto stringenti. Ma fatto questo, sono più le opportunità che non i rischi.
Scritto da: roberto il 14.07.08
Salve, vorrei chiedere un piccolo chiarimento. Se il tema è il successo della web-community concordo che occorre focalizzare tutte le energie sui contenuti sia "fondanti" (di chi la mette in piedi) che apportati (dai membri che attratti dai contenuti originali poi ne aggiungono altri). Ma parlando di aziende la domanda che mi sorge spontanea è: quali sono i contenuti pubblicabili e quindi condivisibili? Io ad esempio lavoro in una multinazionale americana che vende particolari meccanici. I contenuti rilevanti riguardano le specifiche di prodotto che pubblichiamo in forma di cataloghi on-line grazie al sito internet. Ma tutto quel che riguarda in maniera più approfondita i famosi "contenuti" é "secretato", quindi come sfruttare in maniera pragmatica la potenzialità qui descritta senza scontrarsi con il problema "brevettuale"? O forse sto spostando il problema in una direzione che non è oggetto di quest'indagine?
Scritto da: roberta il 10.07.08
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