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07.07.08
Quanto è blu il tuo oceano?
E' ciò che si legge nella brochure predisposta dal Blue Ocean Strategy Institute come materiale promozionale dell'ormai famosissimo "Blue Ocean Strategy".
E noi, in quale oceano ci muoviamo? Annaspiamo nelle solite situazioni di inefficienza e inefficacia operativa, con i soliti strumenti inutili o fastidiosi, con i soliti preconcetti che "l'ambiente di lavoro è così"? Oppure vogliamo nuotare in uno spazio nel quale si inizia a lavorare insieme, nel quale la competizione è basata sulla qualità delle idee, dove anche il genio nascosto può determinare il futuro?
Il libro, Strategia Oceano Blu (edito da ETAS nel febbraio 2008), è un bestseller internazionale di management e strategia. I suoi autori Kim (coreano) e Mauborgne (statunitense) hanno elaborato un modello sistematico, replicabile da qualsiasi impresa, per raggiungere alti livelli di crescita. E l'hanno fatto attraverso uno studio condotto in oltre trenta settori, su un arco di tempo che varca il secolo.
Non scrivo una recensione del libro: tante sono già disponibili in rete anche in italiano (Lupi , Casaleggio, Economia& Management - solo per citarne alcune) e da molto tempo (Lupi ne ha parlato nel novembre 2005).
Piuttosto mi addentro in una riflessione sul fatto che sempre di più oggi è necessario, o quantomeno utile, scardinare il modo solito di pensare e di agire; uscire dagli schemi del "già noto" per avventurarsi nella scoperta di "nuovi orizzonti".
Mi serve però accennare brevemente ai contenuti del libro, e lo faccio riprendendo alcune righe della recensione di Lupi (perché inventare l'acqua calda?): "la maggior parte delle aziende opera in un Oceano Rosso, fatto di competizione diretta con le altre aziende, nel quale le leve competitive utilizzate sono il prezzo, le migliorie sul prodotto, la pubblicità, ecc. Modelli tradizionali sui quali si guerreggia ognuno nel suo mercato. Gli autori hanno invece strutturato una strategia in base alla quale le aziende possono andare verso un Oceano Blu, creando di fatto un nuovo scenario competitivo".
In questo schema (tratto da Blue Ocean Strategy presentation disponibile sul sito Blue Ocean Strategy") sono sintetizzate le caratteristiche delle due strategie:

In breve:
* nell'oceano rosso, i confini di settore sono definiti e accettati da tutti, i prezzi tendono verso il basso e le regole del gioco sono note. Ma lo spazio di mercato si affolla e le prospettive di crescita e di profitto declinano. Nell'oceano blu l'approccio è opposto: le aziende devono darsi da sé delle regole capaci di aprire mercati incontrastati, in cui la crescita è garantita
* nell'oceano rosso, le imprese cercano clienti nel mercato già esistente. Nell'oceano blu guardano ai non-clienti
* nell'oceano rosso si chiedono come facciano i clienti a scegliere tra i diversi concorrenti di uno stesso settore. Nell'oceano blu, invece, sanno che i clienti compiono le loro scelte guardando al di là dei confini di settore
* nell'oceano rosso creano mercati di nicchia, segmentando la clientela. Nell'oceano blu cercano i punti in comune tra tutti i clienti, come base per creare una domanda di massa e ingenti profitti.
Un esempio interessante è la scelta operata da Casella Wines per il marchio [yellow tail], un vino il cui profilo strategico si è staccato dalla concorrenza: invece di offrire un vino come tutti gli altri, e quindi competere nell'oceano rosso della concorrenza sul prezzo, ha creato una bevanda facilmente accessibile ai bevitori di birra, agli amanti del cocktail e a quelli che preferiscono altri tipi di bevanda. In due anni è diventato il vino rosso più venduto negli Stati Uniti: un vero oceano blu, senza concorrenti.
Chi nuota nell'oceano rosso dà per scontato sia il contesto in cui si trova, sia gli strumenti da usare: per muoversi verso l'oceano blu occorre considerare la possibilità che esistano un contesto del tutto nuovo e strumenti diversi. Così accade nelle imprese: il contesto e gli strumenti possono cambiare, migliorare, evolvere.
Quella che segue è una slide della presentazione che ha tenuto Luis Suarez all'International Forum on Enterprise 2.0 di Varese, alcuni giorni fa.

Cosa dice? In sostanza racconta di un cambiamento in atto, il cui punto di arrivo può essere solo immaginato e potrà essere molto diverso da quello che pensiamo, perché le forze che scatena risiedono nelle persone e non sono meccanismi automatici.
Il titolo della presentazione è "See the light - Thinking out of the Inbox".
Siamo abituati a pensare che l'unico modo di trasferirsi le informazioni sia attraverso la mail, oppure chiamandosi sul telefono cellulare. Occorre iniziare a pensare che le informazioni possono essere condivise su un wiki e aggiornate "insieme".
Siamo abituati a pensare che la comunicazione interna sia quella che proviene dalla Direzione attraverso le comunicazioni organizzative. Occorre iniziare a pensare che i messaggi che sostengono un indirizzo e una strategia possono essere diffusi con un blog, in modo permanente e aperto ai commenti.
Siamo abituati a pensare che l'unico modo di condividere documenti sia quello di imbottire la casella di posta elettronica con versioni, bozze, commenti e "ops... l'allegato"! Immaginiamo che sia possibile almeno avere un servizio centrale di archiviazione dei documenti, se non proprio un servizio di "redazione collaborativa".
Siamo abituati a pensare di acquistare il software e ampliare il parco macchine del CED per poterlo ospitare tutto, e non pensiamo che tanti servizi possono essere utilizzati sulla Rete, spesso gratuitamente e con bassi rischi di violazione della "sicurezza delle informazioni" (anche perché spesso, di molte nostre "informazioni" non gliene frega niente a nessuno!).
Siamo abituati a pensare che nelle nostre organizzazioni sia sempre impossibile trovare le informazioni che servono....
Lascio a chi legge questo post, se ne avrà voglia, il divertimento di proseguire con la descrizione delle "solite abitudini" e concludo con una provocazione: "usciamo dall'oceano rosso delle consuetudini"!
Pubblicato da roberto cobianchi
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